Il caso arbitri che sta scuotendo il calcio italiano si arricchisce di nuovi sviluppi. Nel servizio realizzato da Filippo Roma e Marco Occhipinti per Le Iene, emerge un quadro sempre più complesso legato all’indagine della Procura di Milano su Gianluca Rocchi, designatore arbitrale di Serie A e Serie B, che si è autosospeso dopo aver ricevuto un avviso di garanzia per presunta frode sportiva.
Al centro dell’inchiesta c’è il controverso episodio della “bussata al VAR”: un presunto segnale fisico – un colpo sui monitor della sala VAR – utilizzato per influenzare le decisioni degli arbitri al video, compromettendone l’indipendenza prevista dal regolamento. Il servizio, in onda giovedì 30 aprile in prima serata su Italia 1, ricostruisce nel dettaglio la vicenda.
A far partire tutto è stato l’esposto dell’ex guardalinee di Serie A Domenico Rocca, che ai microfoni della trasmissione racconta il discusso episodio di Udinese-Parma. Durante una revisione VAR per un possibile rigore, la decisione sarebbe cambiata improvvisamente dopo un presunto segnale esterno. Rocca spiega: “Il casus belli in questione è il match Udinese-Parma, dove in sala var, ad un certo punto, rivedono un’azione per capire se c’è un possibile calcio di rigore. Abbiamo notato che prima i Var erano indirizzati a non concedere i calci di rigore perché per loro il movimento del braccio era congruo quando, a un certo punto, si sente tipo ‘toc toc’ che gli fa cambiare totalmente idea facendo richiamare l’arbitro e assegnare un calcio di rigore”. E aggiunge: “Quel giorno come supervisore era presente Gianluca Rocchi. Io sinceramente non so se è stato Rocchi o meno”. Alla domanda sull’eventuale intervento del supervisore in sala VAR, Rocca è netto: “No, no, assolutamente no. Il supervisore non può assolutamente interferire con la sala VAR, assolutamente”.
Anche l’ex arbitro Pasquale De Meo conferma l’esistenza di voci interne su segnali convenzionali utilizzati nel centro VAR di Lissone. Secondo il suo racconto: “Giravano delle voci all’interno del gruppo degli arbitri che venivano utilizzati dei segni convenzionali durante lo svolgimento delle gare all’interno del centro VAR di Lissone”, spiegando che si trattava di indicazioni per suggerire interventi o meno. Nel dettaglio: “pugno chiuso è per indicare eventualmente intervento da fare da parte del Var o mano alzata per indicare di non intervenire”.
Le immagini analizzate mostrerebbero l’arbitro VAR Daniele Paterna che, poco prima di cambiare decisione, si gira verso qualcuno alle sue spalle chiedendo: “É rigore?”. Un dettaglio che solleva interrogativi su chi potesse influenzare la scelta finale. Secondo la Procura di Milano, si tratterebbe proprio di Rocchi, che però respinge le accuse: “Lavoriamo in una maniera soltanto per cui non abbiamo grandi problemi. Io sono trasparente con tutti su tutto”. E ribadisce: “Io vi ripeto, lavoro sempre ed esclusivamente in una maniera soltanto”. Sulla necessità di maggiore chiarezza aggiunge: “Totale, ma io l’ho sempre fatto, quindi non è che vi devo promettere quello che sto già facendo”.
Nel servizio emerge anche il confronto con il presidente dell’AIA, Antonio Zappi, inizialmente disponibile a visionare le immagini della sala VAR ma poi più prudente. Dopo un’apertura (“Vediamo le immagini. Guardi non ho nessun tipo di problema”), Zappi ha fatto marcia indietro chiarendo: “In sede AIA io non ho le immagini”, rinviando tutto alla conclusione dell’indagine: “Non appena ci sarà l’esito dell’indagine”. Tuttavia, ha assicurato: “Da parte mia una promessa e un impegno, le immagini le vedrete”.
Un punto cruciale riguarda la differenza tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria. Nonostante il video fosse disponibile, la procura FIGC guidata da Giuseppe Chinè ha archiviato il caso, mentre la Procura di Milano ha avviato un’indagine. Interpellato sul tema, Chinè ha evitato spiegazioni: “Io non rispondo”. Alle ulteriori domande sul contenuto del filmato e sulla decisione presa, ha replicato: “Non so chi sia lei” e “Non so di cosa parli lei. Non so di cosa sta parlando”.





