Alla fine il tocco di mano di Mancini in Parma – Roma si è rivelato decisivo per la Champions

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Il braccio della discordia che vale un miliardo: come il “caso Mancini” ha scippato il finale di Serie A.

Ci risiamo. Anche quest’anno la corsa alla Champions League non si è decisa sul campo, ma nell’ombra di un silenzio varistico imbarazzante che pesa come un macigno sul destino del nostro calcio. Il verdetto emesso dal Tardini in quel folle Parma – Roma 2-3 del 10 maggio scorso non è solo un errore: è una macchia indelebile su una qualificazione europea che definire discutibile è un eufemismo.

Tutti hanno visto. O meglio, tutti tranne chi aveva il dovere di guardare un monitor. Al minuto 94, con il Parma meritatamente in vantaggio, il difensore giallorosso Gianluca Mancini frana a terra. Il replay è impietoso: un tocco di mano netto e decisivo per stoppare il pallone, l’azione prosegue e Devyne Rensch firma il gol del pareggio. Una dinamica solare che in qualsiasi altro campo d’Europa avrebbe portato all’annullamento immediato. Invece, il silenzio della sala VAR ha dato il via libera alla successiva beffa del centesimo minuto, firmata dal rigore di Malen.

Senza quei tre punti scippati in pieno recupero, la Roma di Gasperini non avrebbe mai agganciato il treno per l’Europa che conta. È fin troppo facile oggi festeggiare l’accesso alla Champions League e i relativi milioni di euro di premi, dimenticando che le fondamenta di questo traguardo poggiano su una delle decisioni arbitrali più scandalose degli ultimi anni.

Mentre i tifosi romanisti celebrano il traguardo economico e sportivo, il resto d’Italia si interroga sul valore di un campionato dove l’applicazione del regolamento sembra viaggiare a correnti alternate. Il verdetto della stagione 2025/2026 resterà per sempre scritto negli annali, ma l’immagine di quel braccio teso sul prato del Tardini rimarrà il simbolo di una qualificazione nata sotto il segno del privilegio arbitrale.


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